Ciao Settimia: il ponte del saluto

Quando si parla dei ponti di Roma, il pensiero viene invaso da immagini di Ponte Sant’Angelo, Ponte Sisto, Monte Milvio, i romantici ponti che collegano le tue parti della città e che gli innamorati vanno a devastare di lucchetti.

Tuttavia Roma ci regala anche ponti all’apparenza poco romantici ma carichi di storia e di storie. Sono ponti che, nonostante il loro aspetto moderno, si diluiscono perfettamente con l’antico sapore capitolino. Uno di questi è il Ponte Settimia Spizzichino, detto anche Cavalcavia Ostiense che si trova nella circonvallazione Ostiense.

E’ un ponte ad arco, di colore bianco, che dà l’idea di movimento,  di qualcosa pronto a cambiare da un momento all’altro. Venne costruito tra il 2009 e il 2012 per collegare la circonvallazione Ostiense alla consolare via Ostiense.
Al di là della sua bellissima architettura, è uno di quei ponti non segnati sulle mappe turistiche.
Eppure questo ponte nasconde una storia di dolore e sopravvivenza che noi vogliamo assolutamente raccontare.

E’ la storia incredibile di Settimia Spizzichino. 

Il nostro racconto va indietro di 76 anni e si ferma il 16 ottobre 1943, quando le truppe naziste della Gestapo diedero il via ad una della pagine più drammatiche dalla storia italiana: il rastrellamento del Ghetto Ebraico di Roma. 

Un buco nero nel nostro passato che spaventa anche per i numeri: quella mattina furono portate via 1.259 persone tra cui 689 donne, ben 363 uomini e 207 bambini. Direzione: Auschwitz. 

Tra queste persone c’era Settimia,  una ragazza energica, ribelle, di quelle che scavalcavano i limiti e andavano a prendersi il caffè fuori dal Ghetto, ai tempi vietato per gli ebrei. Era poco più che ventenne quando si è scontrata con la storia, riuscendo però a vincerla grazie al suo carattere combattivo.

Quinta di sei figli nati da un commerciante di libri e da un’insegnante della scuola ebraica, Settimia venne deportata insieme a tutta la sua famiglia nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Qui venne separata dalla madre e da una delle due sorelle (neomamma), entrambe destinate alla camera a gas, mentre lei e un’altra sorella furono dichiarate abili a lavoro e messe a spostare massi. Lì Settimia divenne il numero  66210.
Qualche giorno dopo venne assegnata al blocco 10, il blocco degli esperimenti dove Josefe Mengele ne fece una delle sue cavie umane. Le vennero iniettati tifo e scabbia: quest’ultima fu particolarmente devastante sia per il dolore lancinante che per le piaghe esterne che deturpavano l’aspetto.

Nel 1945, nonostante le condizioni fisiche dovute ai continui esperimenti, Settimia dovette affrontare la Marcia della Morte verso il campo di Bergen Belsen, riuscendo miracolosamente a sopravvivere. Sopravvisse anche ad un soldato impazzito che sparò a caso sui prigionieri. Per evitare di essere colpita si nascose per diversi giorni in un mucchio di cadaveri che circondavano le baracche. Il 15 aprile del ’45, gli inglesi liberarono i prigionieri del campo di Bergen Belsen. Era il giorno del compleanno di Settimia, questa coincidenza spiega la frase che lei era solita dire: ” Nata due volte” che dà anche il titolo al film a lei dedicato.

Fu l’unica donna del rastrellamento del Ghetto Ebraico a sopravvivere.

Nonostante il deperimento fisico, nonostante gli esperimenti, nonostante gli spari, nonostante i morti, Settimia tornò e passò tutta la vita a raccontare le atrocità subite, cosa significasse essere un deportato, gli esperimenti umani, i cadaveri ammassati, il freddo, la sofferenza, ma anche la forza di chi ha fatto di tutto per sopravvivere.

Dedicò la sua vita alle persone, ai lavoratori, rifiutando cariche istituzionali e preferendo continuare a raccontare per evitare una copia carbone di quell’inferno.

Il ponte bianco e moderno è proprio dedicato a lei, porta il suo nome, il suo ricordo, la sua forza, anche se nel recente passato qualcuno ha provato a cancellarlo, lei è riuscita a vincere di nuovo. 

Sì, non è un ponte romantico, uno di quelli con una storia che tocca l’antico Impero, ma è un posto che va visitato anche solo per rendere omaggio alla storia di questa donna grande come Roma.

Siamo particolarmente legati a questo ponte e non manchiamo mai di salutare Settimia quando passiamo di lì.

L’illustrazione è di Effelu